GREEN PASS: TRA PRIVACY E ADEMPIMENTI PER LE AZIENDE

In questo periodo emergenziale abbiamo assistito sempre più spesso all’intrecciarsi del tema della
pandemia con quello del diritto alla protezione dei dati personali, spesso anche sanitari. Con il decreto
legge sulle riaperture del 22 aprile 2021, n. 52 (ora convertito, con modificazioni, dalla Legge 17 giugno
2021, n. 87) abbiamo assistito, tra le varie misure volte alla «graduale ripresa delle attività economiche e
sociali, all’introduzione della “Certificazione verde Covid-19”, detto Green Pass.

COME FUNZIONA IL GREEN PASS?
Il Green Pass, nato su proposta della Commissione europea per agevolare la libera circolazione in sicurezza
dei cittadini nell’Unione europea durante la pandemia di COVID-19, è una certificazione, contenente un
codice a barre bidimensionale (QR Code) e un sigillo elettronico qualificato, che rappresenta ormai la
precondizione per accedere ad un numero sempre maggiore di attività e servizi. La Certificazione attesta
una delle seguenti condizioni: aver fatto la vaccinazione anti COVID-19, essere negativi al test molecolare o
antigenico rapido nelle ultime 48 ore, essere guariti dal COVID-19 negli ultimi sei mesi. Sono esentati
dall’obbligo di presentazione del Green Pass sia i soggetti esclusi per ragioni di età dalla campagna vaccinale
(minori di dodici anni), sia i soggetti esonerati sulla base di una idonea certificazione medica
Coloro che sono abilitati ad effettuare i controlli, come le forze dell’ordine, i gestori di servizi o i loro
Delegati, verificano la validità della certificazione mediante l’Applicazione gratuita “VerificaC19”, sviluppata
dal Ministero della Salute, a cui anche il Garante della Privacy ha dato parere favorevole.
L’App “VerificaC19” legge il QR Code, ne estrae le informazioni e procede con il controllo del sigillo
elettronico qualificato, mostrando poi graficamente al verificatore l’effettiva validità o meno della
Certificazione, nonché il nome, il cognome e la data di nascita dell’intestatario della stessa.
Secondo quanto chiarisce l’art. 13, co. 4, del DPCM del 17 giugno 2021, è invece a discrezione del soggetto
verificatore la richiesta del documento d’identità per verificare che ci sia un’effettiva corrispondenza dei
dati anagrafici presenti nel documento con quelli visualizzati dall’App. Solitamente, il documento d’identità
viene richiesto nei casi in cui vi è una sospetta difformità tra il sesso, l’età o altri dati riportati sul green
pass. In questo caso ne discende, secondo il Ministero, che qualora le forze di polizia accertino l’utilizzo
del green pass da parte di un soggetto diverso dall’intestatario dello stesso, la sanzione pecuniaria risulterà
applicabile solo nei confronti del cliente e non dell’esercente.

IL TRATTAMENTO DI DATI NELLA VERIFICA DEL GREEN PASS
Alla luce della normativa vigente, il controllo dei QR code mediante l’esclusivo utilizzo dell’app
“VerificaC19” permette al soggetto che controlla, da un lato l’accertamento dell’autenticità, della validità e
dell’integrità della certificazione e dall’altro la tutela della riservatezza del soggetto; riservatezza che viene
tutelata sia perché la certificazione non rivela il motivo che ne ha determinato l’emissione, come la
vaccinazione, la guarigione o il tampone negativo, sia perché non è prevista la raccolta o la conservazione
dei dati dell’intestatario. Quindi, NO alla conservazione di copie cartacee, a elenchi riportanti nome e
cognome dei vaccinati o scadenza dei green pass. Poiché il Green Pass contiene informazioni relative al suo
intestatario, occorre considerare come questa sia un’attività riconducibile in maniera vera e propria ad un
trattamento di dati personali, secondo quanto stabilito dal Regolamento UE 2016/679, da cui ne discende
l’obbligo di adottare misure di sicurezza atte a garantire la tutela della riservatezza dell’interessato.

GLI ADEMPIMENTI PRIVACY
Appurato, quindi, che ci troviamo di fronte a un trattamento di dati personali, quali sono gli adempimenti
privacy per un titolare di trattamento (come ad esempio un ristorante, un bar o una palestra)?
Le imprese, in particolare, devono:
 designare gli addetti autorizzati alla verifica del QRCode attraverso un formale atto di incarico
nominativo, ai sensi dell’articolo 2-quaterdecies del D. Lgs. 101/18;
 dare ai soggetti autorizzati le istruzioni contenenti le modalità di verifica del green pass o del
documento d’identità nel rispetto della normativa vigente per la protezione dei dati personali, con lo
scopo di dare istruzione e descrivere nel dettaglio le operazioni da compiere nell’atto di verifica,
dimostrando così l’accountability del soggetto tenuto al controllo;
 effettuare controlli sul rispetto delle istruzioni da parte degli autorizzati;
 mettere a disposizione degli interessati, ai sensi dell’art. 13 e 14 del GDPR, un’informativa, anche in
formato breve, da affiggere nel luogo in viene effettuata la verifica dei Green Pass (deve essere in ogni
caso redatta e conservata un’informativa estesa da consegnare all’interessato che ne faccia espressa
richiesta);
 aggiornare, ai sensi dell’art. 30 del GDPR, il registro delle attività di trattamento aggiungendo la scheda
di trattamento “Controllo Green Pass”;
 garantire la predisposizione di misure di sicurezza “adeguate” a tutela della riservatezza delle
informazioni consultate (ad esempio, se nel punto di verifica vi siano più soggetti
contemporaneamente, occorrerà apportare un opportuno distanziamento).
Proprio il contesto pandemico dimostra come la tutela della privacy sia spesso vista come un ostacolo
nell’ardua battaglia contro il Covid. Basta pensare a quanto più semplice sarebbe, soprattutto oggi,
all’indomani del recente decreto-legge n.111/2021 che ha introdotto l’obbligo del possesso e il dovere di
esibizione della certificazione verde COVID-19 per tutto il personale scolastico, per un preside di una scuola
accertarsi della validità dei green pass attraverso la conservazione di un elenco del personale vaccinato. Ma
quanto è giusto sacrificare totalmente la tutela della riservatezza di ognuno di noi in favore del diritto alla
salute, seppur prioritario sulla scala gerarchica?
Proprio per il carattere liberale del nostro ordinamento, il quale sancisce che il diritto di ciascuno si
esaurisce laddove inizia quello dell’altro, nonostante l’emergenza pandemica che ci vede protagonisti,
dobbiamo sempre ricordare che il prioritario diritto alla salute deve avere la meglio sugli altri diritti in gioco,
ma a talune condizioni e non superando il delicatissimo limite del bilanciamento tra i diritti e le libertà
fondamentali.

 

Dott.ssa Valentina Iacuitto